COP26: un ponte “tibetano”

  tra disperazione e speranza

 

COP26, finale un po’ amaro, di quelli che ti rovinano un po’ la trama

 Il logo di un convegno a lato della Cop26 (foto di Domenico Vito)

dal nostro inviato  Domenico Vito

 

Glasgow, novembre. La ventiseiesima edizione della Conferenza delle parti, l’appuntamento che dal 1992 chiama tutti i leader mondiali a decidere le strategie globali per far fronte alla crisi climatica, si è conclusa come un thriller in cui all’ultimo l’assassino riesce a fare un ultimo delitto.

E quando tutto sembrava risolto, ecco che l’assassino è ….un altro.

Proprio così, questa COP, tenutasi a Glasgow essendo UK insieme all’Italia paesi ospitanti, partiva con grandi aspettative e speranze: nonostante la morsa del COVID-19, il pericolo Trump era scampato e di nuovo USA e tanti altri a bordo.

L’obiettivo era completare l’implementazione dell’Accordo di Parigi, ossia il Paris Rules Book, il libretto di istruzioni per rendere applicabile in concreto quanto deciso nel 2015 nella capitale francese.

Dopo il fallimento di Madrid tutto ciò sarebbe servito per restare nella traiettoria di 1,5 gradi di riscaldamento globale entro il 2100, indicata dagli scienziati come limite per evitare scenari climatici incontrollabili.

E proprio ora che con il rientro degli Stati Uniti, con la spinta e la pressione di Greta e dei giovani, la sensazione era di essere li, di non poter sbagliare. La prima settimana infatti è stata piena di intenti, dichiarazioni, grandi prospettive: il World Leaders Summit ha scaldato i cuori e la Forest and Land Use Declaration dava la sensazione che si voleva andare veramente avanti.

La presidenza di Alok Sharma ha mostrato sin da subito risolutezza e tempi stretti: talmente stretti che spesso il posto non c’era per tutti .

E in plenaria il presidente è stato da più parti redarguito sul fatto che queste negoziazioni fossero state esclusive rispetto paesi più vulnerabili e alle popolazioni indigene. Il presidente ha dovuto prenderne atto e scusarsi.

I risultati finali, ahimè sono fortemente contraddittori.

Dimostrazioni di ambientalisti (foto di Domenico Vito)

Sebbene le mani non siano completamente vuote come a Madrid, la bocca è amara...amara come il carbone.

Difatti proprio nella plenaria conclusiva, dall’Oriente viene il colpo di coda della fonte fossile più inquinante: India e Cina non vogliono il phase out da questa fonte - essendo le loro economie fortemente dipendenti da questo combustibile - bensì il phase down a partire da metà secolo.

Sin dall’inizio India e Cina difatti non hanno digerito il fatto che le “UN potessero dettare l’agenda energetica di un paese”, perché “tutti hanno diritto di svilupparsi” come gli Stati occidentali: il problema è che una modifica come quella proposta è come dire di iniziare la dieta il giorno dell’appuntamento con il medico per capire quanto si è dimagriti…

La volontà di mettersi a dieta c’è ..non scherziamo.

Sebbene le mani non siano completamente vuote, le tasche da questa COP26 lo rimangono ancora: l’altro grosso punto critico è stato quello della Finanza.

Non c’è stato accordo su come e dove trovare 1 trilioni di USD e come farli fluire nei fondi previsti dall’Accordo di Parigi.

I fondi non sono stati allocati soprattutto in materia di LOSS and DAMAGE, ossia l’ “assicurazione” per i paesi già colpiti fortemente da eventi estremi, inevitabili, causati dal cambiamento climatico.

Questa fallacia di un accordo e disponibilità dagli stati apre ora degli spazi per i fondi privati: dalla filantropia globale ai grandi gruppi. Opportunità o minaccia? Lascio aperta la riflessione.

Tutto ciò porta ad uno scenario in cui l’aumento di temperatura globale al 2100 rimane di 2.4°C, molto lontani dalla soglia di 1,5°C fissata dagli scienziati dell’IPCC.

Ma proprio da questa soglia partono le notizie positive: ossia cosa rimane nelle nostre mani da questa COP?

Rimane il riconoscimento ufficiale della soglia del 1,5°C al 2100 come obiettivo cardine. L’accordo di Parigi era nato con un vizio di forma, ossia l’incertezza nel fissare i propri obiettivi tra i 2.0 e gli 1,5: gli scienziati dell’IPCC avevano chiarito con lo Special Report 1.5°C, che la soglia non era negoziabile. Ora dopo quasi 3 anni finalmente abbiamo chiarito l’orizzonte di riferimento.

Altro elemento, e molto importante che questa COP ci lascia, è una bozza concreta dell’Articolo 6. L’articolo 6 è un po’ il cuore dell’Accordo di Parigi, che nacque da un problema principale: il Protocollo di Kyoto, che voleva rispondere al cambiamento climatico riducendo le emissioni del 2,5 con il meccanismo del carbon trading, basicamente non funzionava dato che tra il 1992 e il 2012 le emissioni sono globalmente aumentate del 50%.

L’Articolo 6 dell’accordo di Parigi è stato quello più dibattuto proprio perché ridisegna il mercato del carbonio e setta le strategie di riduzione delle emissioni in un framework globale.

In particolare dalla COP24 in avanti, le componenti dell’articolo in discussione erano i punti 6.2 che definisce gli approcci cooperativi, ossia come gli stati possono “scambiarsi” i contributi emissivi in termini di corresponding adjustments ossia quote di emissioni di CO2 equivalenti, il 6.4 che ridisegna il Clean Development Mechanism (CDM) e i Certified Emission Reduction Credits (CERs) ossia i cosiddetti “crediti di carbonio” e tutte le modalità con cui attraverso progetti in paesi in via di sviluppo uno stato può contribuire ai propri obiettivi di riduzione, e il 6.8 che definisce quelli che sono gli approcci “non di mercato” ossia tutte quelle modalità per contribuire alla mitigazione al di fuori del mercato del carbonio come ad esempio tramite le nature based solutions, ossia le soluzioni ecosistemiche , la riforestazione e progetti di comunità.

L’attuale testo contiene ancora diverse contraddizioni e inconsistenze con altri pacchetti approvati, tuttavia rispetto al vuoto della COP25 diversi elementi sono stati aggiunti: come ad esempio il riconoscimento e l’importanza del ruolo delle popolazioni indigene e della loro conoscenza nelle strategie di mitigazione.

Rimanendo in tema di emissioni è stato approvato il meccanismo di trasparenza: ossia il dispositivo per conteggiare correttamente e senza doppioni la riduzione di emissioni effettiva a seguito delle strategie presentate dagli stati.

In tema di adattamento, seppur senza fondi, si sono fatti enormi passi avanti in termini diplomatici: parte il Glasgow Sharm’el Sheik Workplan on Global Goals of Adaptation, che  mira a creare le competenze e le conoscenze per definire alti obiettivi di Adattamento e già vede concreta applicazione nella proposta di Maldive e Egitto di ospitare due workshop di kick-off, e il Santiago Network on Loss and Damage che crea una rete  di supporto e di discussione per quegli stati già colpiti dagli eventi estremi.

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Fonte: Bloomberg

 

Che bilancio dare quindi a questa COP?

La risposta è : la stessa sensazione che ci da un film che non ci è piaciuto e non ci ha soddisfatto

Il giudizio deve essere critico, gli attori devono cambiare e la prossima volta al cinema bisogna andarci con più ambizione e più “fame”.

Occorre vedere il sequel...ossia cosa accade dopo.

Questa COP come ha detto la stessa Patricia Espinosa, Executive Secretary dell’UNFCCC, è deludente ma rappresenta un ponte necessario tra gli intenti dell’Accordo di Parigi e indicatori e obiettivi misurabili.

Bisogna sempre più rimanere obiettivi e pragmatici, basta BLA BLA BLA.

Ed occorre che tutti partecipino, ed in questo senso il multilateralismo e la collaborazione tra gli stakeholders è essenziale.

Sono nati a Glasgow diversi accordi bilaterali tra stati al di fuori dell’accordo di Parigi che possono favorire l’alta ambizione e la cooperazione internazionale per la transizione ecologica; alcuni esempi sono la dichiarazione congiunta sugli impegni intrapresi per affrontare la crisi ambientale e climatica tra USA e Cina, il riaffermarsi degli impegni della coalizione di San Josè per l’alta integrità dei carbon markets e la persistenza e l’ampliamento della High Ambition Coalition.

Essenziale inoltre il ruolo dei giovani e dei movimenti, riconosciuto da più voci come il vero motore per mantenere l’ambizione, l’attenzione e la barra alte. Non siamo arrivati, il ponte lo dobbiamo attraversare ancora...come ha detto la stessa Espinosa.

Un intervento (foto di Domenico Vito)

E serve coraggio e fame, come quella che hanno i giovani e proprio loro devono sedere ora ai tavoli: si è visto chiaro, tra i negoziatori, chi era più ambizioso, chi ha fatto gli interventi più rilevanti nel raggiungimento degli obiettivi fissati da Parigi erano i negoziatori più giovani.

Esiste un gap generazionale nella percezione del problema: non nella volontà sia chiaro, né nella disponibilità. Ma nella percezione dell’urgenza. Per questo è fondamentale il dialogo intergenerazionale ..ma ancor più che...gli attori del film cambino perché cambi il finale.

Obama ha affermato nel suo discorso che i giovani e gli attivisti devono rimanere arrabbiati e ambiziosi, ma incanalare la loro azione per entrare nei tavoli di decisione.

E’ qui dove è necessaria quell’energia per contrastare “i guastafeste”, che in una forma o nell’altra sono sempre presenti.

Da Glasgow è tutto, con speranza attiva e realismo.

 Il Galileo