Staminali, quanto aiuto

 

di Valeria Fieramonte

 

Partiamo da malattie comuni come il diabete, o come la necessità di rigenerare il muscolo cardiaco in seguito a infarto. Quanto sarebbero utili le cellule staminali pluripotenti derivate dall’embrione!

Che spreco le migliaia di embrioni che finiscono nella spazzatura per aborti naturali o voluti, ma che non possono essere usati dalla ricerca medica per migliorare  la qualità della vita dei malati e talora guarire del tutto.

Un perbenismo che si definisce etico le vieta, anche se etico non mi sembra  affatto , ma solo ipocrita e dannoso, mentre  si tenta di presentarlo  addirittura come  una scelta morale.

Attualmente dunque nella medicina rigenerativa occorre fare un percorso complicato: le cellule usate sono le cellule stromali mesenchimali e le cellule staminali ematopoietiche del midollo osseo.

Ariela Benigni Segretario Scientifico dello Istituto Mario Negri e Coordinatore delle Ricerche per le sedi di Bergamo e Ranica

Queste cellule hanno però una limitata capacità proliferativa e si possono differenziare solo nel tessuto di origine, a differenza delle cellule staminali pluripotenti.

Queste ultime sarebbero lì bell’è pronte ricavandole da embrioni, ma si possono anche generare in laboratorio con una procedura più complicata: ovvero a partire da cellule somatiche adulte e non embrionali, mediante l’inserimento di specifici fattori di trascrizione, e in questo caso vengono chiamate cellule staminali pluripotenti indotte.(sigla:iPSC).

Il loro processo di riprogrammazione è una metodica laboriosa e costosa, ma hanno anche un grande vantaggio: essendo generate dalle stesse cellule del paziente, non si incorre in problemi di rigetto.

Diventa però molto difficile usarle proprio nei settori dove sono più richieste: quello delle malattie rare. Cioè malattie che annoverano meno di una persona malata su duemila, e tuttavia presenti, nella loro diversificazione, in ormai grande numero, circa 8000 diverse malattie,  vuoi per cause di inquinamento ambientale che perché sono migliorati i processi di diagnostica. Si tratta di persone che avrebbero diritto di essere curate senza costi eccessivi, anche in considerazione che spesso i mali da cui sono affette  si sviluppano a causa di come noi umani abbiano ridotto l’ambiente, immettendovi in continuazione molecole non biodegradabili senza prima sincerarsi che non fossero teratogene.

Purtroppo infatti proprio nei pazienti che ne avrebbero più bisogno, ovvero quelli affetti da una malattia genetica , che sono l’’80%, la mutazione genetica d’origine è sempre presente anche nelle cellule iPSC.

Quindi le pluripotenti indotte, quelle volute dagli ipocriti suaccennati, non si possono usare, perché per poterle utilizzare la mutazione deve prima essere corretta aumentando sia i tempi che i costi del loro ottenimento.

Per fortuna c’è una scappatoia, complicata ma c’è: cercare di ottenere cellule iPSC universali, derivate da un unico donatore, ma ingegnerizzate in modo da non creare crisi di rigetto, ovvero farle diventare un fantasmino invisibile per il sistema immunitario dei pazienti.

Oggi è diventato possibile modificare le iPSC , tagliando via e eliminando i geni ‘sbagliati’, grazie alla nuova tecnica del CRISPR- Cas 9. Si chiama tecnica di ‘editing genetico’, come se si operasse dentro una specie di ‘libreria’ dei geni, e le ideatrici hanno preso per questo il premio Nobel.

E’ infatti un metodo di ‘taglia e cuci’, o per gli adepti del web di ‘copia incolla’, che permette di dividere il doppio filamento del DNA e di direzionare la ‘correzione,’ che si chiama nucleasi, nel punto preciso del genoma interessato, tramite una guida, che è una piccola molecola di RNA, che ha una sequenza adatta, e dunque complementare, alla regione di interesse. 

Questa tecnica è molto duttile e permette di fare molte cose utili: perché può essere usata per inserire un gene in un punto preciso del DNA, o anche per eliminare l’espressione di un gene, dunque fare il contrario, oppure ancora correggere il gene che si ritiene responsabile di malattie.

Una delegazione di giornalisti dell’UGIS, in visita ai laboratori dell’istituto Mario Negri situati nel Kilometro Rosso, ingegnosa invenzione bergamasca di eccellenza sul piano industriale, ha potuto visitare i labs di riprogrammazione cellulare per lo studio delle malattie rare, e farsi spiegare i metodi di lavoro, tra gli altri,  dalla dottoressa Piera Trionfini – che non è ovviamente responsabile dell’articolo in questione.

Uno dei microscopi elettronici usati per la ricerca

 

Nei  laboratori   si studiano malattie rare del fegato,  dei reni e del sangue ( in questo caso se la proteina manca o funziona male fa formare dei piccoli trombi nei vasi). Le malattie renali sono, secondo i ricercatori del Negri, in aumento esponenziale, sono sottostimate, e il cattivo funzionamento dei reni può a sua volta innescare malattie cardiovascolari. Si è scoperto che una classe di farmaci usato per abbassare la pressione protegge anche il rene, riducendo la necessità della dialisi anche dell’80%. Si sa che il trapianto di rene non è per sempre, a causa dei farmaci antirigetto la sopravvivenza è aumentata di nove o dieci anni non di più, anche se grandi speranze sono poste nelle cellule staminali da midollo osseo dello stesso individuo, che dopo il trapianto sono  in grado piano piano di indurre il rene a filtrare meglio e ci sono casi in cui a sette anni dal trapianto si sono potuti abbandonare i farmaci antirigetto.

Si fanno anche studi sugli animali, troppo pochi secondo alcuni presenti, e il prediletto è lo zebra fish, una larva trasparente facile da studiare perché ha una sola unità filtrante nei reni, ovvero un nefrone unico.

 

Le terapie geniche sono tutte specifiche dei singoli pazienti e pertanto già costose di per sé, tanto   più che alcuni geni sono lunghi, possono avere anche 4500 paia di basi, e studiarle a una a una  ogni volta per ogni paziente diventa complicato, perciò si è pensato di fare una banca cellule di controllo che vadano bene per tutti i pazienti di quella determinata malattia.  Bisogna anche  capire se la mutazione è causa diretta della malattia e quale mutazione è. Poi con le tecniche già segnalate si può eventualmente correggere la mutazione.

Un aiuto importante viene anche dato dalle tecniche di microscopia.

Con il microscopio elettronico a scansione, per esempio, si riescono a vedere persino i pori di filtrazione dei reni, qualcosa di cui si dubitava, fino a poco tempo fa, persino dell’esistenza.

Fanno parte del filtro gromerulare, un gomitolo di capillari molto piccolo che filtra il sangue. Si possono vedere eventuali alterazioni dei pori di filtrazione alterati e i danni alla nefrina, un piccolo filamento scuro dei pori stessi.

Il microscopio elettronico a trasmissione, del costo di più di 800mila euro, era prima usato per il controllo di qualità delle fibre tessili, anch’esso arrivato a livelli inimmaginabili in altri tempi.

E’ dunque di seconda mano ma funziona benissimo: certo può sembrare strano che si trovino più soldi per una prodotto commerciale come i tessuti, piuttosto che per la salute umana, ma così è in un mondo dominato dalle leggi del mercato….

Il Galileo